Ottocento anni della Regola francescana (29 novembre 1223)

– di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto. Ricorrono oggi ottocento anni dalla conferma da parte di papa Onorio III della Regola bollata dei Frati Minori, redatta da Francesco: era il 29 novembre 1223. La Regola aveva conosciuto una prima redazione nel 1221, detta Regula non bullata, cioè non legittimata da alcun riconoscimento ufficiale. Si trattava di una regola semplice, fondata su «giubilo dell’anima, noncuranza dell’indomani, attenzione totale a ogni vita, gioia di non tenere a nulla, meraviglia per ogni presenza» (Christian Bobin). Non poche autorità ecclesiastiche e diversi frati avevano ritenuto quella regola troppo dura e confusa, inadatta alla vita dell’Ordine, che si era andato sviluppando al di là di ogni più ottimistica previsione. Avvenne così che il cardinale Ugolino e frate Elia avanzarono proposte e fecero pressioni su Francesco perché redigesse un nuovo testo: egli sentì, allora, il bisogno di ritirarsi in solitudine nell’eremo di Fonte Colombo, vicino Rieti, per chiedere luce all’Altissimo. Dopo intensa preghiera e non senza lotta interiore, giunse a stendere una nuova redazione della Regola, non più in ventitré, bensì in soli dodici capitoli. Fu questo il testo approvato da Onorio III con la bolla Solet annuere del 29 novembre 1223, conosciuto come Regula bullata

Il passaggio dalla prima alla seconda stesura fu tutt’altro che irrilevante, al punto che Francesco – profondamente obbediente alla Chiesa – chiese al Papa di designare il cardinale Ugolino (il futuro Gregorio IX) curatore degli affari dell’Ordine e si dimise irrevocabilmente dal ruolo di guida della sua comunità, pur rimanendone necessario riferimento spirituale. Egli sapeva di dover pagare il prezzo richiesto alla fede e all’amore di ogni discepolo di Gesù per seguire il Maestro sulla via della Croce e accettò con totale umiltà i colpi di scalpello con cui la stessa famiglia da lui suscitata si andava per alcuni aspetti estraniando da lui, riuscendo a riconoscere in tutto questo non solo la chiamata a un più grande distacco, ma anche il misterioso compiersi dei disegni della Provvidenza, che tante volte non coincidono con i nostri desideri e i nostri sogni. Il Poverello si abbandonò nelle mani di Dio e lasciò fare ai suoi, pur dando testimonianza con voce flebile, ma ferma, del richiamo irrinunciabile alle esigenze radicali del Vangelo, La luce di Cristo, che lo aveva rapito a sé stesso, lo portava ora nella tenebra luminosa della sequela della Croce.

Il porsi senza condizioni a servizio del Salvatore umiliato e crocifisso trasfigurò sempre più Francesco e si andò irradiando nei rapporti con gli altri, ispirati a una legge esigente, appresa meditando sul perdono offerto da Gesù ai suoi crocifissori: “Chi non ama un solo uomo sulla terra al punto da perdonargli tutto, non ama Dio”. Proprio così lo stile di vita del Poverello cominciò a essere fonte di turbamento per la logica comune e insieme a suscitare ammirazione e imitazione. Francesco tirò dritto sulla via indicatagli da Dio, come fa capire questo testo, tratto da una delle sue Lettere: «Voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto è possibile peccare, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per lui» (FF 235).

Due anni prima della morte, nell’estate del 1224, Francesco trascorse la “quaresima di San Michele” sul Monte della Verna, fra digiuni e preghiere. A metà di quel mese di settembre, intorno alla festa dell’esaltazione della Croce, gli fu dato di avere la visione di un Serafino e di vivere un’esperienza sconvolgente: gli vennero impresse sulle mani, sui piedi e al costato le ferite della crocifissione. 

Così ne scrive Dante nella Divina Commedia: “Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo / che le sue membra due anni portarno”(Paradiso, Canto XI, 106-108).

È il culmine e il sigillo della vita del Poverello: “tutto serafico in ardore” (v. 37) per la sua umiltà e la sua fede, Francesco viene configurato interamente a Cristo, fino a consumarsi nel sacrificio totale di sé in unione al suo Signore. Con la sua vita immolata, egli fu indicato in tal modo dall’unico Maestro come la sola, vera regola vivente per i suoi frati e non solo: il suo corpo piagato, segnato dal sangue che lo univa al Crocifisso, resterà per sempre sorgente di benedizione, attraendo innumerevoli uomini e donne a seguirne l’esempio. Ricordare l’approvazione della Regola, allora, vuol dire soprattutto testimoniare l’attualità di Francesco e la convinzione che il nostro mondo sconvolto da odi e conflitti ha bisogno più che mai dei doni, da Lui costantemente invocati: la pace e il bene, ricevuto e donato, “pax et bonum”. Così Francesco offre ancora ragioni di vita e di speranza a tutti, quale che siano la loro storia, i loro doni, le loro ferite, i loro desideri…

Fonte: www.avvenire.it