Nuovo libro su s. Chiara

RetroCopertina_2“Alcuni tratti dell’affascinante personalità di Chiara ci attraggono e ci provocano, trovandoci spesso impreparati a mettere insieme gli opposti, ciò che sembra inconciliabile, perché siamo abituati a ragionare per esclusivismi. Come se radicalità evangelica e penitenza non si accordassero con umanità e gioia di vivere, come se obbedienza alla Chiesa fosse sinonimo di mancanza di libertà e ostacolo all’espressione del carisma, come se appartenenza totale a Cristo nella verginità e nella clausura significasse mortificazione della dignità femminile o chiusura nei confronti del mondo”. 

Con queste parole sr. Chiara Agnese Acquadro ci stimola alla lettura del suo nuovo lavoro su “Chiara d’Assisi e il suo itinerario di vita”…

Prefazione 

L’abbondanza di pubblicazioni su santa Chiara di Assisi, che si sono moltiplicate in questi ultimi due decenni, testimoniano l’interesse che la “pianticella” di san Francesco continua a suscitare anche ai nostri giorni, nonostante siano molti gli otto secoli che ci separano da lei. La sua spiritualità incentrata sulla persona di Gesù e il santo Vangelo; la radicalità di sequela senza compromessi, eppure coniugata con un’umanità e femminilità capaci delle espressioni più delicate di amore fraterno e di sapiente discretio; la sua fede cristallina, radicata nella tradizione della Chiesa e nello stesso tempo aperta alla novità dello Spirito… Sono questi solo alcuni tratti dell’affascinante personalità di Chiara, che ci attraggono e ci provocano, trovandoci spesso impreparati a mettere insieme gli opposti, ciò che sembra inconciliabile, perché siamo abituati a ragionare per esclusivismi. Come se radicalità evangelica e penitenza non si accordassero con umanità e gioia di vivere, se obbedienza alla Chiesa fosse sinonimo di mancanza di libertà e ostacolo all’espressione del carisma, se appartenenza totale a Cristo nella verginità e nella clausura significasse mortificazione della dignità femminile o chiusura nei confronti del mondo.

Facciamo fatica a mettere insieme ciò che sembra inconciliabile perché non crediamo ancora fino in fondo al mistero dell’Incarnazione: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). Lógos e sàrx, Verbo e carne, Dio e uomo, due enti opposti dal punto di vista filosofico, nella fede cristiana sono non solo l’uno accanto all’altro, ma l’uno nell’altro, anzi uno che diventa l’altro, pur rimanendo se stesso… «Cristo – afferma papa Francesco – ha unificato tutto in Sé: cielo e terra, Dio e uomo, tempo ed eternità, carne e spirito»[1]. La nostra non è la fede dell’aut aut, ma dell’et et[2], della sintesi operata dall’amore, che è il principio fondamentale del Cristianesimo: «Dio è amore», afferma san Giovanni (1Gv 4,16). Se si rimane fuori della logica dell’amore – un amore senza misura, quello che ha la sua massima rivelazione nella morte in croce di Gesù –, è difficile comprendere qualcosa della fede cristiana, in cui l’unità tra verità e amore fa saltare ogni altra categoria umana. Ed è difficile comprendere nella loro vera grandezza tutte quelle persone che hanno creduto in questa logica e per essa hanno giocato la loro vita.

«È la grande schiera dei santi – noti o sconosciuti – mediante i quali il Signore, lungo la storia, ha aperto davanti a noi il Vangelo e ne ha sfogliato le pagine; questo, Egli sta facendo tuttora. Nelle loro vite, come in un grande libro illustrato, si svela la ricchezza del Vangelo. Essi sono la scia luminosa di Dio che Egli stesso lungo la storia ha tracciato e traccia ancora. […] In queste figure ha voluto dimostrarci come si fa ad essere cristiani; come si fa a svolgere la propria vita in modo giusto – a vivere secondo il modo di Dio. I beati e i santi sono stati persone che non hanno cercato ostinatamente la propria felicità, ma semplicemente hanno voluto donarsi, perché sono state raggiunte dalla luce di Cristo. Essi ci indicano così la strada per diventare felici, ci mostrano come si riesce ad essere persone veramente umane. […] Contemplando queste figure impariamo che cosa significa “adorare”, e che cosa vuol dire vivere secondo la misura del bambino di Betlemme, secondo la misura di Gesù Cristo e di Dio stesso»[3].

Fuori di questa sapienza, che è “altra” rispetto a questo mondo, possiamo forse ammirare i santi, esaltarli, ma non comprenderne il segreto, che rimane nascosto per chi non è in sintonia con lo Spirito che li ha suscitati. «L’uomo lasciato alle sue forze – afferma san Paolo – non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 1,14-15).

Per questo è così difficile accostarsi nella verità a Chiara di Assisi e alla sua forma di vita. In lei c’è sempre qualcosa di scomodo e irriducibile, che abbiamo la tentazione di addomesticare, per non ammettere che siamo noi incapaci di comprendere. Chiara è una donna che è stata afferrata completamente da Cristo e, seguendo l’intuizione evangelica di Francesco, ha risposto al suo amore con un dono totale di se stessa, senza calcoli o misura. Se non ci si pone sulla lunghezza d’onda di questa follia dell’amore, si farà rientrare Chiara nelle nostre limitate categorie razionali, magari proiettando su di lei problematiche che sono della nostra cultura contemporanea, ma che poco hanno a che vedere con una donna cristiana e penitente del XIII secolo. Col rischio che poi queste problematiche determinino la storiografia, così che questa, invece di mettersi in ascolto dei dati oggettivi, assume un carattere ideologico.

Negli ultimi decenni, come dicevamo all’inizio, gli studi su Chiara si sono moltiplicati e affinati per serietà di ricerca, permettendoci una conoscenza approfondita dei suoi scritti, delle fonti biografiche, della vicenda storica di San Damiano all’interno del movimento religioso femminile e del contesto minoritico. Se molto è stato fatto, molto rimane ancora da fare, certi che la lettura di nuovi dati e documenti ci chiede di andare continuamente oltre le posizioni acquisite, per una più fedele adesione alla verità storica[4].

Questa breve pubblicazione riprende, con qualche piccolo aggiornamento, la prima parte di un corso di formazione sull’altissima povertà nella Forma vitae di Chiara, tenuto alle professe temporanee della Federazione delle Clarisse di Umbria-Sardegna e Trentino nel giugno 2011 a Fratta Todina. Il testo era già stato pubblicato dalla rivista clariana Forma Sororum negli anni 2012-2013[5]. Va subito precisato che l’approccio alla figura di Chiara qui proposto è di altro genere rispetto a quello della ricerca storiografica. Se la ricerca storica si limita, come è suo dovere, a guardare dall’esterno gli eventi e a cercare di ricostruirne i contorni nel modo più oggettivo possibile, in questa lettura di carattere “esistenziale” ho seguito un’altra prospettiva: ho cercato cioè di guardare gli eventi della vita di Chiara e delle sue sorelle dalla prospettiva stessa di Chiara, provando, per quanto possibile, ad entrare in lei, attraverso quelle chiavi d’accesso preziosissime che sono i suoi scritti e le fonti biografiche, in particolare il Processo di canonizzazione. Ho cercato, in altre parole, di far dialogare spiritualità e storia, due approcci che troppo spesso rimangono separati l’uno dall’altro, quando addirittura non entrano in contrapposizione.

Per uno sguardo “laico” la storia è fatta di eventi favorevoli o sfavorevoli, di contrapposizioni e lotte, libertà o imposizioni, vittorie e sconfitte. Ma per uno sguardo credente, come quello di Chiara, ogni evento è grazia, è luogo dell’incontro con il Dio vivente, il Dio che si è rivelato nella storia, anzi il Dio che «si è fatto storia», come ha affermato efficacemente papa Francesco[6]. La storia non è solo un susseguirsi cronologico di fatti, ma è “storia di salvezza” che va verso una meta: Gesù Cristo. Per il cristiano non c’è vittoria se non quella della vita sulla morte, dell’uomo nuovo sull’uomo vecchio, non c’è sconfitta se non quella del peccato e dell’egoismo, non c’è libertà se non quella dell’amore che aderisce al bene.

In questi ultimi tempi il dibattito storiografico si è concentrato su alcuni “nodi” della vicenda di Chiara e San Damiano: la questione della povertà, i rapporti con Francesco e la sua fraternitas, il rapporto col Papato, la clausura e altro ancora. La vicenda di Chiara è stata anche tutto questo; all’interno di questa trama di relazioni, di eventi persino drammatici, come nel feriale e oscuro scorrere dei giorni, Chiara ha portato a compimento la missione ricevuta da Dio, la sua «vocazione divina» (2LAg 17): quod facis, facias, nec dimittas scrive nella medesima lettera ad Agnese di Boemia (2LAg 11), esortandola ad andare fino in fondo nell’obbedienza a Dio, nonostante le opposizioni umane incontrate. Ma proprio all’interno di tutto questo, la vita di Chiara è stata in primo luogo esperienza di fede, una ricerca appassionata di Gesù e del suo volto: i suoi scritti lo dimostrano ad ogni pagina.

La grandezza della discepola di Francesco sta certamente nell’essere riuscita ad affermare il carisma di cui era portatrice come dono di Dio per la sua Chiesa, ma sta ancor più nell’aver vissuto tutto come via di conformazione a Gesù, di unione sempre più profonda con lui, di passaggio in passaggio, fino all’identificazione piena del compimento. Questo era il segreto imparato dal suo padre Francesco.

C’è nei suoi scritti una spia interessante a questo proposito. Scrivendo ad Agnese di Boemia, turbata e amareggiata per l’andirivieni delle direttive papali in materia di povertà, digiuno e osservanza regolare, la richiama fortemente a guardare alla meta, a riorientare la sua vita verso ciò che vale sopra ogni cosa, l’unum necessarium. Guai se Agnese – ma forse Chiara parlava anche a se stessa – perdesse di vista colui per il quale vive e perdesse la gioia e la pace del cuore, magari proprio in nome di una maggiore radicalità di vita per lui:

«Gioisci dunque anche tu nel Signore sempre, carissima, – scrive Chiara nella Terza lettera – e non ti avvolga nebbia di amarezza […].  Poni la tua mente nello specchio dell’eternità, poni la tua anima nello splendore della gloria, poni il tuo cuore nella figura della divina sostanza e trasformati tutta, attraverso la contemplazione, nell’immagine della sua divinità» (3LAg 10-13).

Chissà quante “nebbie di amarezza” Chiara avrà a sua volta sperimentato, quando si sarà vista incompresa da chi avrebbe dovuto appoggiarla nella Chiesa o dell’Ordine minoritico, o quando in se stessa e nelle sue sorelle avrà toccato con mano l’inadeguatezza alle esigenze della conversione evangelica. Ma tutto le è servito per trovare Gesù in ogni cosa, sempre di nuovo, sempre più profondamente. Per questo si sentiva «pellegrina e straniera in questo mondo» (cf. RsC 8,2), in cammino verso la terra dei viventi!

Essendo destinatarie del corso di formazione le giovani Clarisse dei monasteri dell’Umbria, ho preso come base storiografica lo studio sulla Regola di Chiara pubblicato in tre volumi dalla nostra Federazione umbra, senza sentirmi in dovere di riferire le diverse posizioni degli studiosi in merito ai vari aspetti ancora controversi della vicenda clariana. Si tratta del resto solo di un piccolo contributo di riflessione, nato dalla vita e finalizzato alla vita: le risonanze delle sorelle alla fine del corso, come delle comunità in cui il testo è stato utilizzato, hanno mostrato il bisogno che abbiamo di far uscire Chiara dai libri di storia – dove sembra essere stata relegata negli ultimi tempi – e di ritrovarla viva accanto a noi: sorella che, passo dopo passo, condivide il nostro quotidiano pellegrinaggio di fede, madre che ci genera alla «gioia del Vangelo», il lieto annuncio che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»[7].

Termino con una parola di gratitudine verso madre Angela Emmanuela Scandella, Presidente della nostra Federazione, a cui devo l’idea di leggere l’esperienza della povertà di Chiara seguendo i passaggi della sua vita. Un grazie sincero anche a p. Pietro Messa e a p. Gianpaolo Masotti: senza la loro benevola insistenza questo modesto lavoro non avrebbe mai preso la forma di un libro.



[1] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 229.

[2] Cf. Benedetto XVI, Dialogo con i sacerdoti delle diocesi di Belluno-Feltre e Treviso, 24 luglio 2007: «Il cattolicesimo è stato sempre considerato la religione del grande et et: non di grandi esclusivismi, ma della sintesi. Cattolico vuole dire proprio “sintesi”».

[3] Benedetto XVI, Omelia durante la Veglia con i giovani alla GMG di Colonia, 20 agosto 2005.

[4] Un esempio ne è il recente libro dello storico olandese Gerard Pieter Freeman, che, documenti alla mano, chiede di ripensare la consueta lettura di assoluta contrapposizione tra Chiara e la Curia romana. Afferma Freeman: «È uno strano paradosso che la ricerca moderna recepisca un divario sempre maggiore tra Chiara e la curia, quando i documenti ritrovati negli ultimi anni vanno esattamente nella direzione opposta […]. Uno studio delle fonti accurato e spregiudicato, che non si accontenti di considerare solo i documenti su Chiara e S. Damiano, ma anche i numerosi dati sugli altri monasteri, può contribuire a ripensare l’immagine che abbiamo dei rapporti tra Chiara e la curia, anche se questo comportasse di abbandonare l’immagine tradizionalmente recepita» (G.P. Freeman, Il cingolo di santa Chiara. Nuovi contributi documentari sugli inizi del movimento clariano [Tau, 17], Milano 2014, 51). Che Freeman abbia colto nel segno lo dimostra tra lo scarso rilievo che si è dato finora alla scoperta del Privilegio di esenzione concesso a San Damiano da papa Gregorio IX nel 1229, a cui accenneremo nel corso del testo, come pure alla pubblicazione dell’antica versione della forma vivendi ugoliniana (1221 circa), in cui San Damiano è il primo nell’elenco dei monasteri destinatari della regola (cf. Ibidem, 17-20 e passim). Si continua invece a presentare Chiara come vittima dell’istituzione ecclesiastica: tra i tanti esempi che si potrebbero fare cf. L. Cavani, Chiara e Francesco: la lettera ignota, in Donne, Chiesa, Mondo, Supplemento a L’Osservatore Romano del 2 settembre 2013.

[5] C. A. Acquadro osc, Passaggi pasquali di povertà nella vita di Chiara in Forma Sororum 49 (2012) 131-151; 219-238; 296-303; 50 (2013) 45-54; 105-116.

[6] Francesco, Omelia nella Messa a Santa Marta, 17 dicembre 2013.

[7] Cf. Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 1.